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INTERVISTA - Laura Biagiotti: regina del cashmere che strizza l'occhio al 'bio'

Oltre 50 anni di carriera, 70 collezioni annuali tra abbigliamento e accessori che si devono al lavoro di tre generazioni di donne. Laura Biagiotti racconta la nascita della sua passione e alcuni degli aspetti pił innovativi della sua Casa
Laura Cardinale (*) - 21/11/2015
Fonte: Immagine dal web
Definita dal New York Times 'The Queen of Cashmere', la Regina Cashmere, del Laura Biagiotti rappresenta oggi l’icona del Made in Italy, con oltre 70 collezioni di abbigliamento e accessori tra cui la nuova Laura Biagiotti bio, all’insegna dell’ecosostenibilità. È considerata tra gli ambasciatori della moda italiana nel mondo per aver intrapreso pionieristicamente relazioni commerciali e culturali con molti paesi stranieri: prima stilista italiana, tra l'altro, ad aver sfilato in Cina e in Russia. Amante della storia, in particolare di Roma, sua città natale, la stilista ha contribuito al restauro di grandi opere come la Scala cordonata del Campidoglio, le fontane di piazza Farnese a Roma ed il nuovo Grande sipario del teatro La Fenice di Venezia. In questa intervista racconta come è nata la sua passione per la moda:

Da dove nasce il suo interesse per la moda?
“È un sentimento d’amore che devo agli insegnamenti di mia madre Delia che, attorno agli anni ‘60, scelse di svolgere un’attività di sartoria nell’ambiente dell’alta moda romana. Così, mentre terminavo il liceo classico, mi sono trovata 'catturata' dai primi merletti, dalle forme avvenenti, dalle sfilate”.

Però all’università ha scelto Archeologia cristiana; in che modo è riuscita a coniugare i suoi studi all’arte della moda?
“Mentre frequentavo l’università mi sono trovata di fronte a un dilemma complesso: proseguire con lo studio delle catacombe romane o seguire la passione per la moda? Ho scelto la seconda strada. Degli studi resta però traccia nel mio modo di lavorare: amore per la ricerca, pazienza, attitudine mentale allo studio del fenomeno moda come espressione primaria dei comportamenti umani, come eleganza non solo fisica, ma soprattutto intellettuale”.

Biagiotti Group è un’azienda tutta al femminile. Non in tutti i settori, pensiamo all’ambito scientifico, è però facile affermarsi per le donne:
“Tutti i risultati raggiunti dalle donne, in generale, sono stati molto sofferti. Le ricercatrici, come tutte le donne che hanno un impegno di carattere intellettuale, percorrono una strada, in salita, ma è importante affrontare le difficoltà non sentendosi mai un uomo di serie B, valorizzando i nostri talenti assolutamente originali”.

Qual è, dunque, il modello di donna cui si ispira?
“Senz’altro una donna impegnata nella difficile sintesi tra famiglia e carriera. Nel 1972 decisi di uscire con la linea Laura Biagiotti e fu così che mi ritrovai a far parte di un piccolo sodalizio di creatori che avevano avuto la mia stessa intuizione: Walter Albini, Krizia, Missoni e, un po’ più tardi, Armani. Milano fu la sede giusta per la nostra rivoluzione culturale, le passerelle fiorentine e romane erano legate ad altre logiche di prodotto.

La sua linea di profumi, in gran parte, è dedicata alla Città Eterna. Perché questo omaggio particolare?
“La fragranza Roma è un viaggio sentimentale nel passato della mia città, quasi un completamento ai miei studi di archeologia, e il profumo è stato presentato in Campidoglio assieme a una mostra dedicata proprio a 'Bellezza e seduzione nella Roma imperiale’, per ricordare la vanità intesa come grande capacità di rappresentazione, un aspetto che contraddistingue Roma da oltre due millenni.

A proposito di arte, lei colleziona opere del futurista Giacomo Balla: quanto 'futurismo' c’è nelle sue collezioni?
“L’influenza è innegabile. La dinamicità è l’aspetto che maggiormente mi piace riproporre. Del Balla decorativo ho amato riprendere le trovate cromatiche e le linee rigide e fluide allo stesso tempo, che trasmettono l’idea di velocità, dello spazio-tempo, dei movimenti plastici, di tutte quelle attitudini che si sono rivelate poi così basilari nella civiltà contemporanea. Balla, con il manifesto del 1915, voleva intraprendere la 'ricostruzione futurista’ dell’universo, di cui anche la moda era parte integrante, anticipando per molti aspetti l’atteggiamento pop dell’arte americana e le istanze filosofiche dell’arte concettuale”.

In occasione di Expo 2015 è stato esposto un quadro della sua collezione:
“Ho pensato che il 'Genio futurista’, dipinto nel 1925 per l’Expo di Parigi, dopo 90 anni, potesse di nuovo illuminare, con il suo prisma di luci tricolore, l’operosità italiana. Esponendo a Palazzo Italia l’arazzo di Balla ho voluto aggiungere un appassionato contributo al messaggio intangibile di 'nutrire' il Pianeta, anche attraverso il cibo interiore che dona l’arte”.

Da diversi anni l’Azienda e la Fondazione si impegnano per il restauro del patrimonio italiani. I privati possono svolgere un ruolo importante per la conservazione dei Beni Culturali?
“Il binomio moda-cultura, acquista sempre maggiore significato, le aziende hanno riscoperto una funzione importante, una volta interpretata dalle grandi famiglie rinascimentali: il mecenatismo culturale. I monumenti restaurati con il nostro contributo non sono solo opere d’arte, ma pezzi della nostra storia che ci rappresentano. Lo 'stile Italia' è un immenso patrimonio da salvaguardare e promuovere e spesso le altre nazioni lo sanno apprezzare e amare meglio di noi. Sono orgogliosa che il mio piccolo esempio sia stato seguito da altri colleghi: se ben tenuto, il patrimonio resta un motore fondamentale per la nostra ripresa economica, costituendo il valore aggiunto all’impresa italiana, per l’eleganza intellettuale unica e irripetibile che rappresenta. Chi ha orecchie per intendere…intenda”.

L’anno scorso è stato presentato un progetto Eyewear 'Bio', una collezione che opera nel rispetto dell’eco-sostenibilità attraverso l’utilizzo della bioplastica. Quali sono i vantaggi per la moda?
“La collezione Laura Biagiotti bio utilizza la bioplastica M49 di Mazzucchelli. È un acetato di cellulosa, polimero derivato dalla cellulosa, il composto organico più diffuso in natura, estratto dalle fibre del cotone e del legno, caratterizzato da una formulazione che prevede esclusivamente l’utilizzo di sostanze ottenute da fonti rinnovabili. Un nuovo materiale 100% ecofriendly, biodegradabile e riciclabile che mantiene tutte le caratteristiche estetiche e di performance dell’acetato tradizionale e può essere lavorato senza modifiche al processo produttivo. D’altronde anche per i miei abiti ho sempre privilegiato materiali naturali e pregiati: per l’estate il lino che ci protegge dal grande caldo e che considero una specie di aria condizionata personale; per il grande freddo il filo di cashmere, che esprime in natura attraverso il suo micron il miglior potere coibentante, sprigionando un tepore assai simile a quello umano”.

I suoi progetti futuri?
“La ricerca dell’abito che non c’è!”

(*) Intervista pubblicata sull'Almanacco della Scienza del Cnr, n.11 del 18 novembre 2015

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